Questa risposta potrebbe essere breve, come ci consiglia il bisogno
di essere sintetici a tutti i costi ma poi rischiamo di non dire tutto.
Potrà essere "abbondante" e allora rischiamo di tediare
il lettore, forse con la presuntuosa speranza che egli capisca e ci
assicuri di ciò con nostre inutili ripetizioni dettate da un'inutile
ma comprensiva emotività. Tenteremo di essere un pò l'uno
e l'altro, se non riusciremo nel nostro intento, chiediamo anzitempo
scusa. Abbiamo deciso di dedicare questo sito alla ormai ex Batteria
"Amm.Saint Bon", perchè ritenevamo giusto intitolarlo
alla "prima" batteria da noi visitata. Eravamo ragazzini,
ed essa era situata a poca distanza dalle nostre case, e allora ci pareva
e ci appariva come magica, maestosa, anche se ci metteva un pò
di paura, ma ci piaceva così. Quel luogo era molto desolato allora,
non c'era la periferia cittadina a suo ridosso, c'erano i primi scheletri
di palazzi, stradine di qua e là, tipici sentieri di campagna
contornati da vigneti e una grossa quantità di pozzi.
Che emozione per uno di noi varcare
quegli austeri portoni, figuratevi cosa dovevano apparire anche i più
piccoli e insignificanti dettagli nella mente di un bambino che abituato
a vivere in città, con suo padre si avventurava in questi posti,
dopo essere insieme andati a visitare la loro nuova casa che lì
vicino sorgeva. Atmosfere austere, che parevano racchiudere nei loro
silenti spazi,nei portoni e negli infissi lignei, quel tempo che sembrava
fermatosi al 1910, anno tante volte letto sulla targa del cancello d'ingresso.
E la curiosità cresceva, poi veniva buio, le ombre si distendevano
e comparivano le specie di animali più strane, con le gazze ladre
dal caratteristico verso che lasciavano posto alle civette e alle volpi,
i cui occhi al buio mi facevano paura. Quei grandi ed accoglienti spazi,
diventavano minacciosi, i muri di scarpa sembravano delle gobbe mostruose
di un essere gigantesco lì intento a riposare, i rami della grande
quercia poco lì distante, tante volte ristoratrice con la sua
ombra dopo pomeriggi passati sotto il sole, diventavo come una zazzera
che sembravano i capelli di una strega, la natura riprendeva possesso
di quel luogo, era come se tutto il posto, accogliente di giorno, diventasse
ostile al buio, e i rumori diventavano ora più percettibili,
mancando la vista, e questo posto tornava ad essere terra di nessuno,
un posto da "Deserto dei tartari",con una grande batteria
posta a difesa di un'invasione che mai più sarebbe avvenuta,
anacronistica sentinella del tempo, che imperterrita svolgeva la sua
guardia ogni giono da tanti giorni, e si ridestava la mattina con la
rugiada e andava oscurandosi con tutto il resto la sera. Poteva un ragazzino
come me non rimanerne affascinato? Passavano gli anni, dalla finestra
della mia sicura e calda camera potevo sempre vedere laggiù la
batteria "Amm.Saint Bon", e allora la fantasia prendeva il
sopravvento, "io sono qui a casa, chissà laggiù che
starà succedendo". E intanto crescevamo, e più tardi,
con le comitive, armati di fionde andavamo alla "Saint Bon",
ma sempre era viva la mia curiosità, chi c'era stato lì,
come mai questa fine, perchè è stato tutto abbandonato?
Una curiosità che "mordeva" sempre di più, la
ricerca di notizie, la raccolta di informazioni frammentarie, la "Saint
Bon" diventava sempre più misteriosa, nascondeva i suoi
segreti. Finimmo per affezionarci e ad essere insearabili a queste ormai
conosciute mura della batteria che quasi consideravamo come una "compagna
di giochi", anche se ogni tanto era frequentata da gente poco raccomandabile
che era meglio evitare, ma in noi vi era un sentimento di "incosciente
spacconaggine", sembrava che quel posto era nostro e lo "difendevamo"
dagli intrusi. Conoscevamo ogni cunicolo, passaggio, corridoio, potevamo
farla sempre franca anche se ci avessero accerchiato in trecento laggiù.
Sentivamo quel posto come nostro, e quando una coppia o qualche persona
intenta a fare una corsetta si avventurava là, sembrava quasi
impaurita della nostra presenza e girava al largo con nostra fiera soddisfazione.
Ma eravamo ragazzi, la "Saint Bon" era metà dei nostri
"filoni" a scuola, punto di ritrovo, ma noi, che siamo sempre
stati, nonstante tutto appassionati di storia abbiamo sempre cercato
notizie, possibile che non ve ne erano? Ma la tenacia ci ha premiato,
e la soddisfazione è stata tantissima.Adesso, smessi i panni
degli imperbi ragazzini, resta l'affetto dei ricordi; mai forse siamo
mai stati così attaccati ad un qualcosa. Oggi la "Saint
Bon" è molto diversa da come la trovammo poco più
di vent'anni fa. C'è subito dietro di essa un quartiere che si
è formato nel corso degli ultimi vent'anni, ci sono tante persone
quindi che vanno laggiù, e ormai non si sentono più nel
piazzale i rumori delle imposte pigramente sbattute dal vento, perchè
queste sono state divelte e buttate giù. La "Saint Bon"
resiste ai nuovi nemici, l'incuria e l'ignoranza, che riescono ad essere
assai più nocivi di una granata nemica sparata dal mare. Purtroppo
oltre alle persone che qui vengono a farci una innocua passeggiata,
"filonisti", vengono anche più vandali, e non capisco
perchè non si abbia almeno un minimo di rispetto per queste vecchie
mura che generazioni e generazioni di ragazzi in divisa hanno visto.
E forse con sentimento misto a gratitudine e voglia di difendere questo
posto che abbiamo iniziato a documentarci, a fare un censimento di tutti
gli altri siti presenti a Taranto e dintorni, che più tardi visitammo
e ammirammo ma sempre portando la "Saint Bon" nel cuore.
Colpisce il perchè non sia stata spesa un'idea per questo posto,
polmone verde di un quartiere cresciuto un pò in disordine e
velocemente, colpisce perchè ce ne siamo accorti noi e forse
per questo siamo grati che la batteria e i suoi spazi ci abbia "accolti"
da quando eravamo piccoli, perchè noi Vorremmo, ma questa è
un'utopia, ancora vederla come essa era. Non vogliamo rammaricarci oggi
di saperla quasi ridotta ad una discarica specchio di uno scarso senso
civico che qui si riflette assai. Non vogliamo pentirci di essere di
questa città e questo scorcio della nostra terra ne dà
tristemente l'opportunità. La circostante macchia mediterranea
ancora per fortuna esistente è aggredita costantemente, tutti
i siti sulla litoranea sono sempre minacciati di essere distrutti, e
la batteria "Amm. Saint Bon", una delle poche in Italia del
suo genere ancora in piedi, vero gioiello di un'architettura militare
fra l'antico e il nuovo, in cui si passava dai mattoni al calcestruzzo,
sembra la più esposta e se non fosse stato per i suoi muri, allora
certificati "alla prova", oggi sarebbe interamente crollata.
Avevamo un non so che di reverenza e rispetto per questo posto, quasi
da parlar sottovoce davanti ai suoi severi spazi,forse eravamo troppo
presi, ma altri non sembrano avere il benchè minimo rispetto
direi anche civico. Mai avremmo immaginato che col tempo essa ci avrebbe
insegnato qualcosa, il rispetto della natura, e la sua indiscutibile
forza, che è riuscita a rendere selvaggia questa bellissima opera,
rendendola ancora più bella e indissolubilmente inscritta nell'armonia
del luogo. Abbiamo conosciuto altri amici, che condividono l'amore per
questo luogo, e abbiamo trovato molti punti in comune, molte comuni
esperienze passate laggiù, a quando si giocava a guardie e ladri,
a quando si tirava di fionda e a quelle volte che i corridoi della batteria
ci proteggevano provvidenzialmente da qualche violento temporale da
grande acquazzone che occasionalmente si scatenava. Potrà essere
questo posto l'anello di congiunzione fra le tante generazioni di giovani
che qui negli anni si avvicendarono riportando le medesime emozioni?
Chissà quante persone sono passate di qui e sono andate via con
le nostre stesse domande.
Ci sono ancora altre batterie intorno a Taranto,
molte di esse ancora fortunatamente, anche se dismesse, facenti parte
di aree comprendenti basi militari, lambite da bellissime e incontaminate
pinete. Ma ci è sembrato congeniale partire da qui, dalla batteria
"Amm. Saint Bon", la più bella e la più sfortunata,
la più temeraria, la più misteriosa e la più indimenticabile
e piena di ricordi; come andrà a finire, quale sarà il
suo destino questo non lo sappiamo, anche se essa sembra essere tutelata
dalla Soprintendenza, ma una cosa è certa, ovunque andremo la
porteremo nel cuore, e allora, questo sito, intitolato appunto "la
Batt.Amm. Saint Bon e le altre..." ci pare un doveroso omaggio
verso un posto che tanto ci ha dato, così noi pensiamo. Ed oggi
che pian piano andiamo a aggiornare questo sito, speriamo di farvi partecipi
di questa bella storia, di quelle tante belle "avventure"
passate fra quei corridoi, passate in allegria, nella spensieratezza
di un'età, che le tante vicissitudini successive hanno fatto
sì che non tornasse più anche sotto forma di surrogato.
Forse è anche per questo motivo che abbiamo "idealizzato"
tutta la faccenda, ma questi posti hanno fatto da cornice a quella età
più bella, e ci si può dimenticare tutto, un appuntamento,
un codice pin, tante cose nella giornata. Ma quando si pensa a ciò
che si è passato da ragazzi e si pensa con un pò di frustrazione
che ciò non tornerà più, allora si scopre che ciò
non si è mai dimenticato, e ciò non è andato perso.
Lo mettiamo nero su bianco ora, dopo aver raccolto tante informazioni
che speriamo possano esservi gradite. Per non far sì che su questa
batteria e sulle altre opere similari, vecchie o più nuove che
siano cada un impietoso velo di silenzio. Glielo dobbiamo. Io, Nico,
Domenico, e tanti altri che vorranno unirsi a noi, perchè non
pensiamo di essere stati gli unici laggiù.
Oggi è un'attività
di ricerca e speriamo anche che l'attività di sensibilizzazione
volta a tentar di lasciare tutto come è, nella sua bellezza,
dia i frutti sperati. Speriamo di essere stati i più sintetici
possibile, no pensiamo proprio, ma non fa nulla, e nell'augurio che
la vecchia batteria "Saint Bon" non vada perduta, anche nella
mente di chi ha avuto la ventura di visitarla, vi auguriamo, tutti noi
una buona navigazione nel sito!
LA
BATTERIA COSTIERA "AMMIRAGLIO SAINT BON" GIA' BATTERIA "LAMIA"
La
Batteria da Costa "Ammiraglio Saint Bon" era un'opera militare
posta a difesa della città di Taranto, costruita poco tempo dopo
la costituzione del Regno D'Italia, per la impellente necessità
di difendere dal mare tutte quelle installazioni portuali, arsenalizie
e militari del giovane Stato, che potevano prestarsi e quindi esporsi
all'offesa nemica marittima. Già nel lontano 1865, all'indomani
della costituzione del Regno d'Italia, una Commissione militare, presieduta
dal Gen. Valfrè di Bonzo, individuò nella città
di Taranto, il luogo adatto dove stabilire l'Arsenale del 2^ Dipartimento
Marittimo d'Italia, anche se si dovette attendere il 1882, quando con
l'Ammiraglio Saint Bon si svolsero degli studi necessari alla realizzazione
dell'Arsenale e del Canale Navigabile verso lo stesso nel mar Piccolo.
Successivamente, la Commissione Valfrè dovette provvedere ad
individuare nella zona costiera antistante Taranto, le zone più
congeniali dove fare edificare le prime opere di difesa costiera antinave,
dato che quelle esistenti, risalenti al periodo napoleonico e ancor
più antiche, apparivano assai obsolete ed inefficienti. Sorsero,
dal 1890 in poi, le prime imponenti costruzioni di Difesa costiera,
come la Torre Corazzata "Vittorio Emanuele II" sull'Isola
di San Paolo, le Batterie "Rondinella", "San Pietro",
"San Vito", realizzate fra il 1890-92, e altre minori, affidate
al Corpo di Artiglieria Marittima Da Costa del nostro Esercito costituitosi
da poco e con il personale della Regia Marina. Altre, furono costruite
successivamente, le ultime, addirittura durante il Secondo Conflitto
Mondiale, prese in forza però dalla Milmart. Nel 1909, però,
fu la volta della Batteria Costiera "Lamia" così chiamata
inizialmente dal nome della zona in cui sarebbe sorta, poi denominata
subito dopo il suo completamento in Batteria "Ammiraglio Saint
Bon", intitolata proprio all'Ammiraglio Simone Pacoret di Saint
Bon (1828-1892), già eroe di Lissa e Capo di Stato Maggiore e
Ministro della Marina.
Era
un'opera di difesa costiera bassa, compatta e terrapienata, dalle linee
essenziali, sobrie ma eleganti nella loro semplicità; fu realizzata
sul litorale costiero a sud della città, per - come recitava
la Relazione di progetto e di studio definitivo del Genio dell'Esercito,
del 27 gennaio 1909, diretta al Comando del XI Corpo D'Armata di Bari
- "rafforzare la Difesa foranea della Piazza ed eliminare il settore
morto esistente a sud-est della Batteria San Vito donde le navi possono
avvicinarsi e bombardare l'Arsenale" . Infatti, ancora nel 1909,
la difesa della città, attuata con lo schieramento di Batterie
costiere studiato e realizzato nel ventennio 1880-1900 atto a formare
il cosiddetto "campo trincerato", presentava una manchevole
lacuna nel settore sud, dove le navi nemiche potevano facilmente aggirare
i settori di tiro interessati dalla Batteria di Capo San Vito e far
fuoco direttamente sull'Arsenale Militare. Dopo attenti studi orientati
anche sulla morfologia del territorio, e dopo aver scartato una zona
leggermente più vicina a Capo San Vito, fu quindi scelto come
luogo per la sua costruzione un livellato e basso promontorio sul mare
sito in Zona "Piano Scarfoglio", nella contrada "Lamia"
(oggi Lama), di proprietà della Famiglia Scarfoglio, che viveva
presso l'omonima masseria. I terreni, per la verità poco fertili,
per via del fondo roccioso che li caratterizzava, erano utilizzati per
il pascolo e la coltivazione di ortaggi e piccoli vigneti. Furono espropriati
alla famiglia suddetta dietro pagamento di un indennizzo di £
8.269.
Con
l'approvazione del Progetto esecutivo emesso con Dispaccio Ministeriale
del 18/10/1909, si pose subito mano alla costruzione della Batteria,
realizzata a tempo di record, già dall'agosto dello stesso anno,
con l'inizio degli scavi per portare tutta l'area di costruzione ( che
veniva ad assumere la forma di un grande rettangolo ) in piano e terminata
nel giugno del 1911, nonostante le ovvie difficoltà del tempo,
unite al problema di portare i materiali in loco e di perforare le rocce
in carparo lì presenti in gran numero. Per accelerare il completamento
dell'Opera, si convenne di proseguire i lavori anche durante l'arco
notturno, e si pensò di dotarla di armamenti provvisori prelevati
da altre Batterie dislocate a nella Piazza di Messina e sul Monte Argentario
vicino a Grosseto, dato che i pezzi ordinati per il suo armamento tardavano
ad arrivare a destinazione. Inoltre, per la rilevante presenza di suolo
roccioso, laddove si doveva spianare per ricavare il cortile, i lavori
di sbancamento diventavano sempre più lenti e difficili e quindi,
sempre per contenere i costi già di per loro rilevanti dei lavori
di scavo e sempre per ammortizzare i tempi, si decise di stabilire e
rialzare così tutto il piano di costruzione della Batteria di
1,50 mt rispetto al livello originario di progetto, portando l'altezza
del terrapieno da 25, a 26 mt sul livello del mare. Dopo l'approvazione
del progetto da parte del Comando del Genio con la "benedizione"
entusiasta del suo Comandante, Generale Emilio Rocchi, che sarebbe successivamente
diventato una eminente figura di spicco del suo Corpo, la realizzazione
dell'opera fu affidata alle Imprese "Cecinato Angelo", "Raffo
Vito Antonio", "Suma Carlo" e "Rizzo Antonio",
che curarono anche l'approvvigionamento e il trasporto dei materiali
da costruzione, carpenteria varia, manodopera a cottimo, l'attrezzatura
per il servizio telemetrico, allestimenti vari e altro. Furono anche
previste in sede di progetto e poi realizzate delle opere di carattere
campale nella posizione immediatamente a nord di Torre "San Francesco",
a circa 1 km sul litorale verso sud con l'obbiettivo di proteggere da
est e da tergo la Batteria "Amm.Saint Bon" e costituire il
caposaldo di estrema destra delle linee ravvicinate della difesa terrestre
con una compagnia di soldati posta a presidio di 4 pezzi campali a tiro
rapido da 87mm e mitragliatrici.
Questo
piccolo nucleo, denominato "Baraccamenti San Francesco", che
dipendeva operativamente dalla "Saint Bon", divenne dopo importanti
lavori di potenziamento svolti negli anni '30 una Batteria a sé,
armata con 6 pezzi forse da 152mm. Il 1910 trascorse alla nascente "Saint
Bon" con la costruzione di tutte le opere murarie principali, che
iniziarono dal muro d'ala di destra, i corridoi, terminando con il muro
d'ala di sinistra e la struttura per la torretta telemetrica. Furono
costruiti i basamenti ( rocchi ) per alloggiare i paiuoli degli obici,
fu costruito il piovente, sopra i corridoi, e gli appositi anditi di
accesso. La struttura fu successivamente certificata "indistruttibile",
quindi "alla prova", che stava a significare che la costruzione
poteva resistere all'impatto di proietti fino ad un certo calibro sparati
dal mare. Il terrapieno, realizzato anche con il materiale di risulta
degli scavi cominciò ad ornare il perimetro a mare della struttura,
la cisterna per ospitare l'acqua per i servizi antincendio, appositamente
realizzata in cemento fu posta nel lato sinistro del cortile. Pian piano
la Batteria prese forma, e si arrivò al 1911, con il completamento
di alcune di quelle parti complementari e strutture ausiliarie logistiche
( polveriera di riserva, strade, recinzioni, altane, latrine, ecc
).
La Batteria fu ultimata nel giugno 1911, anche se si dovette attendere
il 1912, affinché la Ditta "Giovanni Funiciello" ultimasse
la costruzione delle baracche adibite a segreterie, magazzini, alloggiamenti
truppa, guardabatteria e comandante, cucine, casotto per i gruppi elettrogeni,
corpi di guardia, ecc. per la cifra di £ 12.000. Il costo totale
solo della Struttura della Batteria, esentato quello dell'attrezzatura
telemetrica, del servizio armi e delle altre strutture ammontò
complessivamente a £ 475.000. L'Opera, fu quindi armata con i
6 obici in ghisa già previsti nel progetto, da 280/9 mm tipo
"L" della ditta Armstrong, in barbetta, posti su affusto forse
idropneumatico e su paiuoli girevoli fissati con chiavarde-prigionieri
costruiti ed appositamente fatti pervenire dall'Arsenale di Torino e
disposti sui rocchi già pronti nel cortile.
Una
Batteria a tiro curvo quindi e a puntamento indiretto, dato che i pezzi,
che avevano una gittata massima diurna di 10.700 mt e minima di mt 1.450,
con settore di tiro di 150°, erano occultati anteriormente dalla
vista dal mare dal deposito munizioni di pronto impiego e dal terrapieno
con scopo mimetico-difensivo. Nel deposito, a tunnel-piedritto, voltato
a botte e alla prova con tetto a piovente ( protetto in parte ulteriormente
dal terrapieno entro cui eventuali proiettili nemici sparati dalle artiglierie
navali deflagravano e le schegge ad alta velocità venivano fermate
dall'elevato spessore delle murature in calcestruzzo), vi erano ricavati
i locali in sicurezza per la conservazione separata dei proiettili e
dei cartocci ( 300 per bocca da fuoco, comunque 50 in più rispetto
alla dotazione per arma fissata dalle "Norme per le Batterie a
tiro Curvo" ed.1895, per un totale di 1800 proietti e altrettanti
cartocci-cariche di lancio preparate con diversa gradazione di esplosivo)
e comunicavano con le piazzole-rocchi ai pezzi, tramite appositi anditi
di accesso. Le munizioni venivano movimentate e stivate negli stessi
tramite ferrovie su rotabili tipo "Decauville" a mezzo di
carrelli, quindi dal cortile tramite anditi laterali più grandi
ad un corridoio-tunnel piedritto più interno, anch'esso voltato
a botte e alla prova, con un'intercapedine di sicurezza esterna. Le
cariche e i proiettili venivano poi disposti ai loro posti di stivaggio
tramite paranchi posti su losanghe "a cursore" che scorrevano
lungo tutto il corridoio unendosi con quelle presenti sulle volte dei
magazzini che erano separati dal corridoio più interno tramite
apposite intercapedini di sicurezza dello spessore di mt 1,50. Il corridoio
aveva anche degli antri dove trovavano posto gli appositi armadi per
custodire gli inneschi, cioè le spolette, che erano prudentemente
separate dalle granate da 280mm che pesavano ciascuna circa 275 kg.
La Struttura era inoltre anche dotata di depositi supplementari della
capacità complessiva di altri 328 proietti in parte carichi di
pertite ( o petrite ) e di magazzini vari per olii, lubrificanti e materiali
vari e d'artiglieria, di laboratori per il confezionamento delle cariche
di lancio e recupero bossolame e caricamento proietti, di locali adibiti
ad uffici telefonici per la manutenzione delle linee di comunicazione
interne ed esterne. Questi locali erano ricavati nelle due costruzioni-corpi
laterali posti simmetricamente ai lati del deposito munizioni di pronto
impiego, prima dei muri d'ala di destra e sinistra, collegati con questo
internamente ed esternamente dal cortile interno.

I loro accessi erano lambiti anteriormente dalle rotabili che provenivano
dal corridoio interno. Ai lati estremi dove vi erano poste delle cataste
su 4 livelli per alloggiare complessivi 822 colpi venivano appunto riportati
i proietti scarichi e il bossolame recuperato che poi doveva essere
portato nei suddetti locali per il caricamento e l'invio nei magazzini-depositi
munizioni. Un impianto parafulmini a "gabbia di Faraday" e
di scarico a massa, lambiva tutti i tetti delle costruzioni.La Batteria,
recintata da semplice e basso un muro di scarpa che si apre al centro
con un corpo di guardia, una volta provvisto di un pregevole cancello,
aveva quindi un cortile interno dove trovavano posto le latrine e piccoli
edifici minori di servizio, più una originaria cisterna per la
fornitura dell'acqua per il servizio antincendio con annesse condutture
che correvano all'interno del cortile mediante canalette sotterrate,
poi sostituita nel 1926 da una altra vasca interrata, provvista di un
casotto-stazione di pompaggio, che veniva saltuariamente ( ed insufficientemente
) rifornita dai carri botte provenienti dalla città. La Struttura,
a differenza delle altre Batterie come la "San Vito" e la
"Rondinella", non aveva il fossato perimetrale.
La
Batteria "Amm.Saint Bon", aveva un proprio servizio telemetrico
interno, supportato comunque da altri due casotti telemetrici e goniostadiometrici
costruiti nelle vicinanze della stessa, uno dislocato a nord, in zona
Ameglio e l'altro posto nelle vicinanze di Torre Blandamura, a sud.
Era quindi provvista di un solo telemetro ( inizialmente, in sede di
progetto preliminare ne erano stati previsti due, disposti simmetricamente
ai lati della struttura, ma poi, dopo opportune modifiche che incrementarono
l'ampiezza del campo visivo dei telemetri mod. Braccialini, che precedentemente
potevano spaziare solo entro una certa ampiezza, se ne rese sufficiente
solo uno, anche per motivi di economia ) e nella balaustra-postazione
telemetrica, posta a sinistra della Batteria, vi era la cupola corazzata
entro cui era montato su apposita colonnetta o pilastrino appunto il
dispositivo del telemetro a base orizzontale del già citato mod.
Braccialini da dove il Direttore del tiro forniva, dopo aver inquadrato
il bersaglio i necessari dati di tiro ( in concomitanza alla consultazione
delle apposite tavole e alla gradazione delle cariche di lancio ) da
comunicare al telefonista accanto a lui che provvedeva a sua volta a
comunicare i dati al personale destinato ai pezzi che traduceva gli
ordini regolando l'alzo e il brandeggio della rispettiva arma. Per l'azzeramento
e la collimazione e rettifica dell'impianto telemetrico, vi erano posti
nelle vicinanze della Batteria, sul mare, vicino alla scogliera, dei
capisaldi posti a Punta "San Francesco", a Capo "San
Vito" e davanti alla pineta "Blandamura", che furono
realizzati per il costo di £ 2.700 sempre dall'Impresa "Raffo
Vito Antonio" e impiantati nell'ottobre del 1911. Nella cupola
protetta corazzata, si accedeva esternamente, anche attraversando un
passaggio protetto con scala a chiocciola comunicante coi locali interni
sottostanti. La Batteria e i suoi servizi, erano collegati elettricamente
con l'abitato di Taranto, tramite apposite linee dedicate, e linee per
il servizio telemetrico, ma in emergenza essa si autoalimentava con
4 gruppi elettrogeni indipendenti da 150 hp ciascuno posti probabilmente
nell'edificio del corpo di guardia di accesso al Complesso. La "Amm.Saint
Bon" era inoltre dotata di una polveriera ausiliaria esterna realizzata
più a ridosso e anch'essa terrapienata e dotata di locali interni
alla prova. Comunicava con la Batteria per mezzo di due strade che convergevano
al cancello del corpo di guardia. Garitte ed Altane di sorveglianza,
erano poste a difesa del "perimetro", alcune costruite originariamente
con la Batteria, altre realizzate fra il 1927 e il '29 o successivamente
modificate. Ovviamente, la Batteria "Amm.Saint Bon", era provvista
anche di edifici di servizio e ausiliari con funzione logistica, come
alloggiamenti, segreterie e cucine, denominati nei documenti baracche
o baraccamenti, per gli ufficiali, i sottufficiali e la truppa.
I soldati e i semplici graduati prendevano alloggio nelle camerate collettive,
ricavate in un apposito edificio ed altri locali dello stesso erano
anche adibiti a magazzini materiali vari. In un altro edificio, i sottufficiali
e gli ufficiali inferiori prendevano posto in diversi locali interni
ma comunque sempre facenti parte della stessa baracca. La Batteria richiedeva
come tabella di armamento, per poter operare in piena efficienza, circa
250-300 effettivi fra ufficiali , sottufficiali e truppa. A tal proposito
, occorre rammentare che la "Amm.Saint Bon", così come
tutte le altre opere similari, in tempo di pace non era armata al completo,
ma con quadri ridotti. La Batteria era considerata ( solo in tempo di
pace ) una specie di distaccamento di militari che ivi, si alternavano
per turni nel necessario servizio di sentinella e di ronde ai depositi
munizioni e materiali vari e avevano quindi funzioni di vigilanza, manutenzione
e custodia di armi, viveri, vettovagliamento e materiali. Erano posti
alle dirette dipendenze di un sottufficiale anziano con funzione di
Maresciallo Guardabatteria, che aveva il suo alloggio-appartamentino
personale, adiacente a quello normalmente chiuso del Comandante di Batteria
che vi alloggiava periodicamente, e stabilmente soltanto in tempo di
guerra assieme alla guarnigione al completo. Periodicamente i locali
venivano occupati dalle reclute e coscritti di stanza alla caserma "Carlo
Mezzacapo", allora di proprietà dell'Esercito, per svolgervi
le periodiche sessioni ed esercitazioni al tiro e occasionalmente, nei
rari casi di insufficienza di alloggi per i militari di leva, si sfruttavano
gli stessi locali per il loro accasermamento. Quindi un organico ridotto,
che veniva rapidamente implementato in caso di allarme in tempo di pace,
( ma con serventi sufficienti ad armare quattro dei sei pezzi in forza
massima e tre in forza minima ) e stabilmente in tempo di guerra. Le
"Norme da adottare in caso di attacco alla Piazza militare di Taranto",
edito nell' agosto 1911 erano molto chiare: esse prevedevano l'invio
del personale necessario ad armare le Batterie costiere poste a difesa
della città per via ordinaria o addirittura per mezzo di imbarcazioni
che dovevano essere già disponibili sotto il Castello Aragonese
( Castel Sant'Angelo), e sempre nelle stesse norme vi erano le istruzioni
per la somministrazione dei viveri , sufficienti per cinque giornate,
comprendenti carne in conserva e gallette. In termini di "popolarità",
la Batteria "Saint Bon" non dovette essere stata una Batteria
molto "amata" dalla popolazione che viveva nelle sue immediate
vicinanze, costituita per lo più da contadini e mezzadri che
risiedevano presso le numerose masserie della zona. Soventi erano al
termine delle esercitazioni di tiro, svolte anche insieme alla vicina
Batteria "San Vito", i danni cagionati per effetto dello spostamento
d'aria prodotto dallo sparo delle bocche da fuoco, come vetri di finestre
andati in frantumi e addirittura crepe sui muri. A tal proposito basti
citare che dopo le esercitazioni di tiro svoltesi alla "Saint Bon"
in data 13-8-1914, un Senatore del Regno, tal Barone D'Ayala Valva,
che possedeva una grande tenuta nelle vicinanze, dovette addirittura
abbandonare lo stabile dove abitava, per le numerose crepe prodottesi
nei muri, mentre, alla masseria "Tramontone", venne giù
un tetto, e alla masseria "Scarfoglio", che era sita in una
posizione più "disgraziata", ci furono tutti i vetri
delle finestre frantumati. Ma, fortunatamente per loro, la Batteria
"Amm.Saint Bon" non svolse per molto tempo la sua funzione
e operò come tale sino alla fine degli anni '20, quando ormai
ritenuta superata ed obsoleta, fu rapidamente soppiantata dalle Batterie
costiere più moderne, meglio protette e più potenti e
non ultimo, maggiormente mimetizzate, anche dalla vista dall'alto ,
perché intanto aveva fatto la sua comparsa, anche come mezzo
di offesa bellica, l'aereo, che moltiplicava la capacità di poter
attraversare le linee nemiche e arrecare maggiori danni e distruzioni;
quindi le nuove artiglierie da Batteria erano poste in pozzo, con depositi
e ricoveri in caverna, mimetizzati con terreno inerbito artificialmente,
quindi non più solamente occultati dal mare, dove anche le artiglierie
navali diventavano più potenti e micidiali. Il Secondo conflitto
mondiale , segnò comunque il definitivo tramonto delle maestose
strutture, nate nei secoli come fortezze inespugnabili e ridotte a bersagli
facili da individuare e vulnerabili. Le Batterie dell'ultima guerra
erano assai diverse da quelle progettate verso la fine dell'800; erano
assai più spartane ed essenziali, non maestose, quasi delle postazioni
campali con piccoli edifici e semplici casotti telegoniometrici annessi.
La Batteria "Amm.Saint Bon" divenne quindi come quasi tutte
le altre della sua epoca un semplice deposito materiali e munizioni,
e come tale rimase anche durante l'ultima guerra, e i calibri principali
vennero smontati e rimossi, le chiavarde di fondazione che tenevano
ancorati i paiuoli di legno tranciate, i magazzini destinati a custodire
le munizioni, riempiti di materiale di casermaggio e altro. Durante
l'ultima guerra furono anche costruiti dei trinceroni, meglio chiamati
ricoveri antiaerei o antischegge. Al Complesso e alla Struttura, i cui
locali ormai ospitavano effetti di casermaggio, casse di munizioni,
( e per l'occasione vennero costruite altre tettoie supplementari )
negli anni del dopoguerra venne rifatto l'impianto elettrico e parafulmini,
e servì anche da poligono di tiro; poi essa venne gradualmente
abbandonata e sguarnita negli anni '70, anche se nell'alloggio del guardabatteria
vi rimase a guardia un custode sino a che non se ne andò agli
inizi degli anni '80. Nel 1990 passò amministrativamente dall'Esercito
al Demanio militare della Marina. Il lento declino di queste strutture,
non più manutenute ed esposte alle intemperie, accelerò
ulteriormente. Ormai, non c'era più regolarità nel provvedere
a tutte quelle piccole manutenzioni che erano necessarie al mantenimento
in efficienza all'integrità delle strutture, come tetti e pavimentazioni.
Nel tempo, le ruspe del Genio della Marina hanno provveduto soltanto
a pulire la sterpaglia e ad alzare muri di terra per sbarrare i possibili
accessi stradali alla Batteria. Qualche volta hanno demolito strutture
ritenute pericolanti, come l'altana sopraelevata posta a sorveglianza
della polveriera costruita nel '26, e come le garitte di fronte agli
alloggiamenti e alla baracca adibita a cucina. Ma il declino è
continuato inesorabile anche a causa del popolamento di un vicino quartiere
di periferia, che ha aumentato la possibilità di quest'area una
volta davvero desolata, di essere oggetto di visite da parte di curiosi,
talvolta armati non di buone intenzioni. Oggi, ciò che resta
di un intonaco o di un muro, qualche frase celata, qualche pavimentazione,
le camerate vuote che tanto hanno vegliato il sonno di tanti soldati,
ci celano il bel tempo che fu, e ci parlano di un passato, di un posto
curato e tenuto bene, di posti di lavaggio e lucidature, di manutenzioni,
di fatiche, forse di duro servizio svolto in un ambiente malarico e
allora abbastanza isolato, di sacrifici. Rimangono quei silenti muri,
testimoni di una vita che qui si è svolta per un certo lasso
di tempo, l'odore di umido, di chiuso e di macchia mediterranea che
si respira, i soffusi e ripetitivi tranquilli rumori di imposte mosse
pigramente e appena dal vento, il verso delle gazze ladre che quasi
cantano l'abbandono di quei locali bui, tutti a parlare da soli; gli
spazi oramai deserti, il silenzio quasi irreale, stona rispetto al fracasso
al quale siamo ormai abituati e rapisce ancora e dà al luogo
ancora quell'alone di mistero che ci fa chiedere che fine ha fatto chi
prima di noi era là. Tante storie e tanti fatti pubblici e privati
e piccole situazioni quotidiane perse nella monotonia ripetitiva del
tempo e persi oramai nell'oblio, si sono consumati su quel bellissimo
ed incontaminato promontorio, dove il Complesso, fra l'altro ( per fortuna
vincolato paesaggisticamente ) è stato posto in vendita dall'Amministrazione
del Demanio Militare ed è in via di cessione a Privati. E le
infinite giornate, che nascono e che muoiono, rinnovandosi, maledettamente
uguali fra loro, se non interrotte dalla sorpresa di qualche inattesa
visita, col silenzio rotto da rumori lontani di vita odierna che irrompono
velati, quasi con "gentilezza" nel piazzale e non sembrano
scalfire l'integrità di queste mura; il rombo ora dolce ora forte
del mare vicino, il crepuscolo, la notte che prende il sopravvento,
la natura che ritorna in possesso del luogo e ritorna padrona, e la
Batteria al buio che pare minacciosa e fa paura, con quella gobba scura
del terrapieno che si staglia nel nulla come il dorso di un mostro,
con le ombre che si distendono e i graffiti disegnati sui muri che sembrano
mostri minacciosi. E allora, tutti gli spazi, tutta l'area, torna terra
di nessuno, come un posto di frontiera, da Deserto dei Tartari di Buzzati,
così vicino e così lontano dalla civiltà e dal
tempo che avanza. E ti sembra, lì solo al buio, che il tutto
sia inevitabilmente ritornato a di chi un tempo questo posto fu, un
luogo popolato da fantasmi del tempo che tornano ad aleggiare in mezzo
ai corridoi, alitando rumori e rimbombi, come se non se ne volessero
andare più. Un museo? Un progetto di recupero con un Parco ad
uso della cittadinanza, sarebbe l'ideale
.Chissà quanto
ancora questi posti reggeranno se la volontà degli uomini lo
vorrà, e ciò dipende solo dalla sensibilità di
tutti. Basterebbero come altrove, Amministrazioni locali sensibili e
forse, mani generose di semplici cittadini, orgogliosi della loro Storia,
perché come per il Castello Aragonese, anche questa Struttura
rappresenta un pezzo della nostra. Ai più, una volta varcato
quel semicrollato corpo di guardia, ove una volta c'era un bellissimo
e pregevole cancello in ferro battuto, con una targa a terra portante
l'incisione "1910", sembrerà di rivivere con un flash,
le immagini di un lontano periodo, quello della guerra Italo-Turca,
quando le nostre mire espansionistiche erano guardate con sospetto dai
Francesi, Inglesi e non secondi i Tedeschi. L'Italia era allora una
giovane e intraprendente ( e un po' velleitaria ) nazione e occorreva
proteggere almeno i punti sensibili delle nostre coste per impedire
i tanto temuti colpi di mano da coloro che si professavano apertamente
nostri amici, ma che poi in privato non sopportavano che questo Stato
di secondo rango, giudicato quasi come uno Stato canaglia, facesse così
tanti progressi e reclamasse anche lui il tanto sospirato "posto
al sole". La "Amm.Saint Bon" è proprio di quel
periodo, frutto e "figlia" di quel tempo, e mentre i capomastri
lavoravano i lastroni di marmo e semplici garzoni tinteggiavano le sue
fresche mura di colore rosa pallido, per le polverose strade in città
spesso si udiva canticchiare frequentemente il ritornello " Tripoli
.bel
suol d'amor
..". E questa bellissima e rara Batteria, ci parla,
attraverso la sua originale architettura militare mista di antico e
moderno, di un modo di difendersi che oggi ci pare veramente arcano
e superato. Ma allora, in un'epoca ancora recente ma lontana, di quando
ancora si navigava "a vista" e a vela e a carbone, queste
costruzioni rappresentavano un temibile deterrente per chi volesse azzardarsi
ad attaccare una potente Piazzaforte Militare marittima, qual'era Taranto.
Un posto che oggi, si vorrebbe rimanesse così com'è, ma
forse, non vi è tempo per fantasticare e ci si accorge che il
tempo stringe. Perché sta di fatto che ancora quei muri, protetti
per legge al pari dei Beni archeologici antichi, continuano a crollare,
e le strutture vengono depredate dei loro marmi e dei materiali ferrosi
e ciò intristisce e dà una sensazione di opprimente impotenza.
Oramai la gloriosa Batteria è lì abbandonata, e giace
così, silenziosa e arcana sentinella del tempo che sembra non
passare mai, che sembra bloccato ma che inesorabilmente passa e accorcia
la sua vita.