Questa risposta potrebbe essere breve, come ci consiglia il bisogno di essere sintetici a tutti i costi ma poi rischiamo di non dire tutto. Potrà essere "abbondante" e allora rischiamo di tediare il lettore, forse con la presuntuosa speranza che egli capisca e ci assicuri di ciò con nostre inutili ripetizioni dettate da un'inutile ma comprensiva emotività. Tenteremo di essere un pò l'uno e l'altro, se non riusciremo nel nostro intento, chiediamo anzitempo scusa. Abbiamo deciso di dedicare questo sito alla ormai ex Batteria "Amm.Saint Bon", perchè ritenevamo giusto intitolarlo alla "prima" batteria da noi visitata. Eravamo ragazzini, ed essa era situata a poca distanza dalle nostre case, e allora ci pareva e ci appariva come magica, maestosa, anche se ci metteva un pò di paura, ma ci piaceva così. Quel luogo era molto desolato allora, non c'era la periferia cittadina a suo ridosso, c'erano i primi scheletri di palazzi, stradine di qua e là, tipici sentieri di campagna contornati da vigneti e una grossa quantità di pozzi.
Che emozione per uno di noi varcare quegli austeri portoni, figuratevi cosa dovevano apparire anche i più piccoli e insignificanti dettagli nella mente di un bambino che abituato a vivere in città, con suo padre si avventurava in questi posti, dopo essere insieme andati a visitare la loro nuova casa che lì vicino sorgeva. Atmosfere austere, che parevano racchiudere nei loro silenti spazi,nei portoni e negli infissi lignei, quel tempo che sembrava fermatosi al 1910, anno tante volte letto sulla targa del cancello d'ingresso. E la curiosità cresceva, poi veniva buio, le ombre si distendevano e comparivano le specie di animali più strane, con le gazze ladre dal caratteristico verso che lasciavano posto alle civette e alle volpi, i cui occhi al buio mi facevano paura. Quei grandi ed accoglienti spazi, diventavano minacciosi, i muri di scarpa sembravano delle gobbe mostruose di un essere gigantesco lì intento a riposare, i rami della grande quercia poco lì distante, tante volte ristoratrice con la sua ombra dopo pomeriggi passati sotto il sole, diventavo come una zazzera che sembravano i capelli di una strega, la natura riprendeva possesso di quel luogo, era come se tutto il posto, accogliente di giorno, diventasse ostile al buio, e i rumori diventavano ora più percettibili, mancando la vista, e questo posto tornava ad essere terra di nessuno, un posto da "Deserto dei tartari",con una grande batteria posta a difesa di un'invasione che mai più sarebbe avvenuta, anacronistica sentinella del tempo, che imperterrita svolgeva la sua guardia ogni giono da tanti giorni, e si ridestava la mattina con la rugiada e andava oscurandosi con tutto il resto la sera. Poteva un ragazzino come me non rimanerne affascinato? Passavano gli anni, dalla finestra della mia sicura e calda camera potevo sempre vedere laggiù la batteria "Amm.Saint Bon", e allora la fantasia prendeva il sopravvento, "io sono qui a casa, chissà laggiù che starà succedendo". E intanto crescevamo, e più tardi, con le comitive, armati di fionde andavamo alla "Saint Bon", ma sempre era viva la mia curiosità, chi c'era stato lì, come mai questa fine, perchè è stato tutto abbandonato? Una curiosità che "mordeva" sempre di più, la ricerca di notizie, la raccolta di informazioni frammentarie, la "Saint Bon" diventava sempre più misteriosa, nascondeva i suoi segreti. Finimmo per affezionarci e ad essere insearabili a queste ormai conosciute mura della batteria che quasi consideravamo come una "compagna di giochi", anche se ogni tanto era frequentata da gente poco raccomandabile che era meglio evitare, ma in noi vi era un sentimento di "incosciente spacconaggine", sembrava che quel posto era nostro e lo "difendevamo" dagli intrusi. Conoscevamo ogni cunicolo, passaggio, corridoio, potevamo farla sempre franca anche se ci avessero accerchiato in trecento laggiù. Sentivamo quel posto come nostro, e quando una coppia o qualche persona intenta a fare una corsetta si avventurava là, sembrava quasi impaurita della nostra presenza e girava al largo con nostra fiera soddisfazione.
Ma eravamo ragazzi, la "Saint Bon" era metà dei nostri "filoni" a scuola, punto di ritrovo, ma noi, che siamo sempre stati, nonstante tutto appassionati di storia abbiamo sempre cercato notizie, possibile che non ve ne erano? Ma la tenacia ci ha premiato, e la soddisfazione è stata tantissima.Adesso, smessi i panni degli imperbi ragazzini, resta l'affetto dei ricordi; mai forse siamo mai stati così attaccati ad un qualcosa. Oggi la "Saint Bon" è molto diversa da come la trovammo poco più di vent'anni fa. C'è subito dietro di essa un quartiere che si è formato nel corso degli ultimi vent'anni, ci sono tante persone quindi che vanno laggiù, e ormai non si sentono più nel piazzale i rumori delle imposte pigramente sbattute dal vento, perchè queste sono state divelte e buttate giù. La "Saint Bon" resiste ai nuovi nemici, l'incuria e l'ignoranza, che riescono ad essere assai più nocivi di una granata nemica sparata dal mare. Purtroppo oltre alle persone che qui vengono a farci una innocua passeggiata, "filonisti", vengono anche più vandali, e non capisco perchè non si abbia almeno un minimo di rispetto per queste vecchie mura che generazioni e generazioni di ragazzi in divisa hanno visto. E forse con sentimento misto a gratitudine e voglia di difendere questo posto che abbiamo iniziato a documentarci, a fare un censimento di tutti gli altri siti presenti a Taranto e dintorni, che più tardi visitammo e ammirammo ma sempre portando la "Saint Bon" nel cuore.
Colpisce il perchè non sia stata spesa un'idea per questo posto, polmone verde di un quartiere cresciuto un pò in disordine e velocemente, colpisce perchè ce ne siamo accorti noi e forse per questo siamo grati che la batteria e i suoi spazi ci abbia "accolti" da quando eravamo piccoli, perchè noi Vorremmo, ma questa è un'utopia, ancora vederla come essa era. Non vogliamo rammaricarci oggi di saperla quasi ridotta ad una discarica specchio di uno scarso senso civico che qui si riflette assai. Non vogliamo pentirci di essere di questa città e questo scorcio della nostra terra ne dà tristemente l'opportunità. La circostante macchia mediterranea ancora per fortuna esistente è aggredita costantemente, tutti i siti sulla litoranea sono sempre minacciati di essere distrutti, e la batteria "Amm. Saint Bon", una delle poche in Italia del suo genere ancora in piedi, vero gioiello di un'architettura militare fra l'antico e il nuovo, in cui si passava dai mattoni al calcestruzzo, sembra la più esposta e se non fosse stato per i suoi muri, allora certificati "alla prova", oggi sarebbe interamente crollata. Avevamo un non so che di reverenza e rispetto per questo posto, quasi da parlar sottovoce davanti ai suoi severi spazi,forse eravamo troppo presi, ma altri non sembrano avere il benchè minimo rispetto direi anche civico. Mai avremmo immaginato che col tempo essa ci avrebbe insegnato qualcosa, il rispetto della natura, e la sua indiscutibile forza, che è riuscita a rendere selvaggia questa bellissima opera, rendendola ancora più bella e indissolubilmente inscritta nell'armonia del luogo. Abbiamo conosciuto altri amici, che condividono l'amore per questo luogo, e abbiamo trovato molti punti in comune, molte comuni esperienze passate laggiù, a quando si giocava a guardie e ladri, a quando si tirava di fionda e a quelle volte che i corridoi della batteria ci proteggevano provvidenzialmente da qualche violento temporale da grande acquazzone che occasionalmente si scatenava. Potrà essere questo posto l'anello di congiunzione fra le tante generazioni di giovani che qui negli anni si avvicendarono riportando le medesime emozioni? Chissà quante persone sono passate di qui e sono andate via con le nostre stesse domande.
Ci sono ancora altre batterie intorno a Taranto, molte di esse ancora fortunatamente, anche se dismesse, facenti parte di aree comprendenti basi militari, lambite da bellissime e incontaminate pinete. Ma ci è sembrato congeniale partire da qui, dalla batteria "Amm. Saint Bon", la più bella e la più sfortunata, la più temeraria, la più misteriosa e la più indimenticabile e piena di ricordi; come andrà a finire, quale sarà il suo destino questo non lo sappiamo, anche se essa sembra essere tutelata dalla Soprintendenza, ma una cosa è certa, ovunque andremo la porteremo nel cuore, e allora, questo sito, intitolato appunto "la Batt.Amm. Saint Bon e le altre..." ci pare un doveroso omaggio verso un posto che tanto ci ha dato, così noi pensiamo. Ed oggi che pian piano andiamo a aggiornare questo sito, speriamo di farvi partecipi di questa bella storia, di quelle tante belle "avventure" passate fra quei corridoi, passate in allegria, nella spensieratezza di un'età, che le tante vicissitudini successive hanno fatto sì che non tornasse più anche sotto forma di surrogato. Forse è anche per questo motivo che abbiamo "idealizzato" tutta la faccenda, ma questi posti hanno fatto da cornice a quella età più bella, e ci si può dimenticare tutto, un appuntamento, un codice pin, tante cose nella giornata. Ma quando si pensa a ciò che si è passato da ragazzi e si pensa con un pò di frustrazione che ciò non tornerà più, allora si scopre che ciò non si è mai dimenticato, e ciò non è andato perso. Lo mettiamo nero su bianco ora, dopo aver raccolto tante informazioni che speriamo possano esservi gradite. Per non far sì che su questa batteria e sulle altre opere similari, vecchie o più nuove che siano cada un impietoso velo di silenzio. Glielo dobbiamo. Io, Nico, Domenico, e tanti altri che vorranno unirsi a noi, perchè non pensiamo di essere stati gli unici laggiù.
Oggi è un'attività di ricerca e speriamo anche che l'attività di sensibilizzazione volta a tentar di lasciare tutto come è, nella sua bellezza, dia i frutti sperati. Speriamo di essere stati i più sintetici possibile, no pensiamo proprio, ma non fa nulla, e nell'augurio che la vecchia batteria "Saint Bon" non vada perduta, anche nella mente di chi ha avuto la ventura di visitarla, vi auguriamo, tutti noi una buona navigazione nel sito!

LA BATTERIA COSTIERA "AMMIRAGLIO SAINT BON" GIA' BATTERIA "LAMIA"

La Batteria da Costa "Ammiraglio Saint Bon" era un'opera militare posta a difesa della città di Taranto, costruita poco tempo dopo la costituzione del Regno D'Italia, per la impellente necessità di difendere dal mare tutte quelle installazioni portuali, arsenalizie e militari del giovane Stato, che potevano prestarsi e quindi esporsi all'offesa nemica marittima. Già nel lontano 1865, all'indomani della costituzione del Regno d'Italia, una Commissione militare, presieduta dal Gen. Valfrè di Bonzo, individuò nella città di Taranto, il luogo adatto dove stabilire l'Arsenale del 2^ Dipartimento Marittimo d'Italia, anche se si dovette attendere il 1882, quando con l'Ammiraglio Saint Bon si svolsero degli studi necessari alla realizzazione dell'Arsenale e del Canale Navigabile verso lo stesso nel mar Piccolo. Successivamente, la Commissione Valfrè dovette provvedere ad individuare nella zona costiera antistante Taranto, le zone più congeniali dove fare edificare le prime opere di difesa costiera antinave, dato che quelle esistenti, risalenti al periodo napoleonico e ancor più antiche, apparivano assai obsolete ed inefficienti. Sorsero, dal 1890 in poi, le prime imponenti costruzioni di Difesa costiera, come la Torre Corazzata "Vittorio Emanuele II" sull'Isola di San Paolo, le Batterie "Rondinella", "San Pietro", "San Vito", realizzate fra il 1890-92, e altre minori, affidate al Corpo di Artiglieria Marittima Da Costa del nostro Esercito costituitosi da poco e con il personale della Regia Marina. Altre, furono costruite successivamente, le ultime, addirittura durante il Secondo Conflitto Mondiale, prese in forza però dalla Milmart. Nel 1909, però, fu la volta della Batteria Costiera "Lamia" così chiamata inizialmente dal nome della zona in cui sarebbe sorta, poi denominata subito dopo il suo completamento in Batteria "Ammiraglio Saint Bon", intitolata proprio all'Ammiraglio Simone Pacoret di Saint Bon (1828-1892), già eroe di Lissa e Capo di Stato Maggiore e Ministro della Marina. Era un'opera di difesa costiera bassa, compatta e terrapienata, dalle linee essenziali, sobrie ma eleganti nella loro semplicità; fu realizzata sul litorale costiero a sud della città, per - come recitava la Relazione di progetto e di studio definitivo del Genio dell'Esercito, del 27 gennaio 1909, diretta al Comando del XI Corpo D'Armata di Bari - "rafforzare la Difesa foranea della Piazza ed eliminare il settore morto esistente a sud-est della Batteria San Vito donde le navi possono avvicinarsi e bombardare l'Arsenale" . Infatti, ancora nel 1909, la difesa della città, attuata con lo schieramento di Batterie costiere studiato e realizzato nel ventennio 1880-1900 atto a formare il cosiddetto "campo trincerato", presentava una manchevole lacuna nel settore sud, dove le navi nemiche potevano facilmente aggirare i settori di tiro interessati dalla Batteria di Capo San Vito e far fuoco direttamente sull'Arsenale Militare. Dopo attenti studi orientati anche sulla morfologia del territorio, e dopo aver scartato una zona leggermente più vicina a Capo San Vito, fu quindi scelto come luogo per la sua costruzione un livellato e basso promontorio sul mare sito in Zona "Piano Scarfoglio", nella contrada "Lamia" (oggi Lama), di proprietà della Famiglia Scarfoglio, che viveva presso l'omonima masseria. I terreni, per la verità poco fertili, per via del fondo roccioso che li caratterizzava, erano utilizzati per il pascolo e la coltivazione di ortaggi e piccoli vigneti. Furono espropriati alla famiglia suddetta dietro pagamento di un indennizzo di £ 8.269. Con l'approvazione del Progetto esecutivo emesso con Dispaccio Ministeriale del 18/10/1909, si pose subito mano alla costruzione della Batteria, realizzata a tempo di record, già dall'agosto dello stesso anno, con l'inizio degli scavi per portare tutta l'area di costruzione ( che veniva ad assumere la forma di un grande rettangolo ) in piano e terminata nel giugno del 1911, nonostante le ovvie difficoltà del tempo, unite al problema di portare i materiali in loco e di perforare le rocce in carparo lì presenti in gran numero. Per accelerare il completamento dell'Opera, si convenne di proseguire i lavori anche durante l'arco notturno, e si pensò di dotarla di armamenti provvisori prelevati da altre Batterie dislocate a nella Piazza di Messina e sul Monte Argentario vicino a Grosseto, dato che i pezzi ordinati per il suo armamento tardavano ad arrivare a destinazione. Inoltre, per la rilevante presenza di suolo roccioso, laddove si doveva spianare per ricavare il cortile, i lavori di sbancamento diventavano sempre più lenti e difficili e quindi, sempre per contenere i costi già di per loro rilevanti dei lavori di scavo e sempre per ammortizzare i tempi, si decise di stabilire e rialzare così tutto il piano di costruzione della Batteria di 1,50 mt rispetto al livello originario di progetto, portando l'altezza del terrapieno da 25, a 26 mt sul livello del mare. Dopo l'approvazione del progetto da parte del Comando del Genio con la "benedizione" entusiasta del suo Comandante, Generale Emilio Rocchi, che sarebbe successivamente diventato una eminente figura di spicco del suo Corpo, la realizzazione dell'opera fu affidata alle Imprese "Cecinato Angelo", "Raffo Vito Antonio", "Suma Carlo" e "Rizzo Antonio", che curarono anche l'approvvigionamento e il trasporto dei materiali da costruzione, carpenteria varia, manodopera a cottimo, l'attrezzatura per il servizio telemetrico, allestimenti vari e altro. Furono anche previste in sede di progetto e poi realizzate delle opere di carattere campale nella posizione immediatamente a nord di Torre "San Francesco", a circa 1 km sul litorale verso sud con l'obbiettivo di proteggere da est e da tergo la Batteria "Amm.Saint Bon" e costituire il caposaldo di estrema destra delle linee ravvicinate della difesa terrestre con una compagnia di soldati posta a presidio di 4 pezzi campali a tiro rapido da 87mm e mitragliatrici. Questo piccolo nucleo, denominato "Baraccamenti San Francesco", che dipendeva operativamente dalla "Saint Bon", divenne dopo importanti lavori di potenziamento svolti negli anni '30 una Batteria a sé, armata con 6 pezzi forse da 152mm. Il 1910 trascorse alla nascente "Saint Bon" con la costruzione di tutte le opere murarie principali, che iniziarono dal muro d'ala di destra, i corridoi, terminando con il muro d'ala di sinistra e la struttura per la torretta telemetrica. Furono costruiti i basamenti ( rocchi ) per alloggiare i paiuoli degli obici, fu costruito il piovente, sopra i corridoi, e gli appositi anditi di accesso. La struttura fu successivamente certificata "indistruttibile", quindi "alla prova", che stava a significare che la costruzione poteva resistere all'impatto di proietti fino ad un certo calibro sparati dal mare. Il terrapieno, realizzato anche con il materiale di risulta degli scavi cominciò ad ornare il perimetro a mare della struttura, la cisterna per ospitare l'acqua per i servizi antincendio, appositamente realizzata in cemento fu posta nel lato sinistro del cortile. Pian piano la Batteria prese forma, e si arrivò al 1911, con il completamento di alcune di quelle parti complementari e strutture ausiliarie logistiche ( polveriera di riserva, strade, recinzioni, altane, latrine, ecc…). La Batteria fu ultimata nel giugno 1911, anche se si dovette attendere il 1912, affinché la Ditta "Giovanni Funiciello" ultimasse la costruzione delle baracche adibite a segreterie, magazzini, alloggiamenti truppa, guardabatteria e comandante, cucine, casotto per i gruppi elettrogeni, corpi di guardia, ecc. per la cifra di £ 12.000. Il costo totale solo della Struttura della Batteria, esentato quello dell'attrezzatura telemetrica, del servizio armi e delle altre strutture ammontò complessivamente a £ 475.000. L'Opera, fu quindi armata con i 6 obici in ghisa già previsti nel progetto, da 280/9 mm tipo "L" della ditta Armstrong, in barbetta, posti su affusto forse idropneumatico e su paiuoli girevoli fissati con chiavarde-prigionieri costruiti ed appositamente fatti pervenire dall'Arsenale di Torino e disposti sui rocchi già pronti nel cortile. Una Batteria a tiro curvo quindi e a puntamento indiretto, dato che i pezzi, che avevano una gittata massima diurna di 10.700 mt e minima di mt 1.450, con settore di tiro di 150°, erano occultati anteriormente dalla vista dal mare dal deposito munizioni di pronto impiego e dal terrapieno con scopo mimetico-difensivo. Nel deposito, a tunnel-piedritto, voltato a botte e alla prova con tetto a piovente ( protetto in parte ulteriormente dal terrapieno entro cui eventuali proiettili nemici sparati dalle artiglierie navali deflagravano e le schegge ad alta velocità venivano fermate dall'elevato spessore delle murature in calcestruzzo), vi erano ricavati i locali in sicurezza per la conservazione separata dei proiettili e dei cartocci ( 300 per bocca da fuoco, comunque 50 in più rispetto alla dotazione per arma fissata dalle "Norme per le Batterie a tiro Curvo" ed.1895, per un totale di 1800 proietti e altrettanti cartocci-cariche di lancio preparate con diversa gradazione di esplosivo) e comunicavano con le piazzole-rocchi ai pezzi, tramite appositi anditi di accesso. Le munizioni venivano movimentate e stivate negli stessi tramite ferrovie su rotabili tipo "Decauville" a mezzo di carrelli, quindi dal cortile tramite anditi laterali più grandi ad un corridoio-tunnel piedritto più interno, anch'esso voltato a botte e alla prova, con un'intercapedine di sicurezza esterna. Le cariche e i proiettili venivano poi disposti ai loro posti di stivaggio tramite paranchi posti su losanghe "a cursore" che scorrevano lungo tutto il corridoio unendosi con quelle presenti sulle volte dei magazzini che erano separati dal corridoio più interno tramite apposite intercapedini di sicurezza dello spessore di mt 1,50. Il corridoio aveva anche degli antri dove trovavano posto gli appositi armadi per custodire gli inneschi, cioè le spolette, che erano prudentemente separate dalle granate da 280mm che pesavano ciascuna circa 275 kg. La Struttura era inoltre anche dotata di depositi supplementari della capacità complessiva di altri 328 proietti in parte carichi di pertite ( o petrite ) e di magazzini vari per olii, lubrificanti e materiali vari e d'artiglieria, di laboratori per il confezionamento delle cariche di lancio e recupero bossolame e caricamento proietti, di locali adibiti ad uffici telefonici per la manutenzione delle linee di comunicazione interne ed esterne. Questi locali erano ricavati nelle due costruzioni-corpi laterali posti simmetricamente ai lati del deposito munizioni di pronto impiego, prima dei muri d'ala di destra e sinistra, collegati con questo internamente ed esternamente dal cortile interno.

I loro accessi erano lambiti anteriormente dalle rotabili che provenivano dal corridoio interno. Ai lati estremi dove vi erano poste delle cataste su 4 livelli per alloggiare complessivi 822 colpi venivano appunto riportati i proietti scarichi e il bossolame recuperato che poi doveva essere portato nei suddetti locali per il caricamento e l'invio nei magazzini-depositi munizioni. Un impianto parafulmini a "gabbia di Faraday" e di scarico a massa, lambiva tutti i tetti delle costruzioni.La Batteria, recintata da semplice e basso un muro di scarpa che si apre al centro con un corpo di guardia, una volta provvisto di un pregevole cancello, aveva quindi un cortile interno dove trovavano posto le latrine e piccoli edifici minori di servizio, più una originaria cisterna per la fornitura dell'acqua per il servizio antincendio con annesse condutture che correvano all'interno del cortile mediante canalette sotterrate, poi sostituita nel 1926 da una altra vasca interrata, provvista di un casotto-stazione di pompaggio, che veniva saltuariamente ( ed insufficientemente ) rifornita dai carri botte provenienti dalla città. La Struttura, a differenza delle altre Batterie come la "San Vito" e la "Rondinella", non aveva il fossato perimetrale.
La Batteria "Amm.Saint Bon", aveva un proprio servizio telemetrico interno, supportato comunque da altri due casotti telemetrici e goniostadiometrici costruiti nelle vicinanze della stessa, uno dislocato a nord, in zona Ameglio e l'altro posto nelle vicinanze di Torre Blandamura, a sud. Era quindi provvista di un solo telemetro ( inizialmente, in sede di progetto preliminare ne erano stati previsti due, disposti simmetricamente ai lati della struttura, ma poi, dopo opportune modifiche che incrementarono l'ampiezza del campo visivo dei telemetri mod. Braccialini, che precedentemente potevano spaziare solo entro una certa ampiezza, se ne rese sufficiente solo uno, anche per motivi di economia ) e nella balaustra-postazione telemetrica, posta a sinistra della Batteria, vi era la cupola corazzata entro cui era montato su apposita colonnetta o pilastrino appunto il dispositivo del telemetro a base orizzontale del già citato mod. Braccialini da dove il Direttore del tiro forniva, dopo aver inquadrato il bersaglio i necessari dati di tiro ( in concomitanza alla consultazione delle apposite tavole e alla gradazione delle cariche di lancio ) da comunicare al telefonista accanto a lui che provvedeva a sua volta a comunicare i dati al personale destinato ai pezzi che traduceva gli ordini regolando l'alzo e il brandeggio della rispettiva arma. Per l'azzeramento e la collimazione e rettifica dell'impianto telemetrico, vi erano posti nelle vicinanze della Batteria, sul mare, vicino alla scogliera, dei capisaldi posti a Punta "San Francesco", a Capo "San Vito" e davanti alla pineta "Blandamura", che furono realizzati per il costo di £ 2.700 sempre dall'Impresa "Raffo Vito Antonio" e impiantati nell'ottobre del 1911. Nella cupola protetta corazzata, si accedeva esternamente, anche attraversando un passaggio protetto con scala a chiocciola comunicante coi locali interni sottostanti. La Batteria e i suoi servizi, erano collegati elettricamente con l'abitato di Taranto, tramite apposite linee dedicate, e linee per il servizio telemetrico, ma in emergenza essa si autoalimentava con 4 gruppi elettrogeni indipendenti da 150 hp ciascuno posti probabilmente nell'edificio del corpo di guardia di accesso al Complesso. La "Amm.Saint Bon" era inoltre dotata di una polveriera ausiliaria esterna realizzata più a ridosso e anch'essa terrapienata e dotata di locali interni alla prova. Comunicava con la Batteria per mezzo di due strade che convergevano al cancello del corpo di guardia. Garitte ed Altane di sorveglianza, erano poste a difesa del "perimetro", alcune costruite originariamente con la Batteria, altre realizzate fra il 1927 e il '29 o successivamente modificate. Ovviamente, la Batteria "Amm.Saint Bon", era provvista anche di edifici di servizio e ausiliari con funzione logistica, come alloggiamenti, segreterie e cucine, denominati nei documenti baracche o baraccamenti, per gli ufficiali, i sottufficiali e la truppa.
I soldati e i semplici graduati prendevano alloggio nelle camerate collettive, ricavate in un apposito edificio ed altri locali dello stesso erano anche adibiti a magazzini materiali vari. In un altro edificio, i sottufficiali e gli ufficiali inferiori prendevano posto in diversi locali interni ma comunque sempre facenti parte della stessa baracca. La Batteria richiedeva come tabella di armamento, per poter operare in piena efficienza, circa 250-300 effettivi fra ufficiali , sottufficiali e truppa. A tal proposito , occorre rammentare che la "Amm.Saint Bon", così come tutte le altre opere similari, in tempo di pace non era armata al completo, ma con quadri ridotti. La Batteria era considerata ( solo in tempo di pace ) una specie di distaccamento di militari che ivi, si alternavano per turni nel necessario servizio di sentinella e di ronde ai depositi munizioni e materiali vari e avevano quindi funzioni di vigilanza, manutenzione e custodia di armi, viveri, vettovagliamento e materiali. Erano posti alle dirette dipendenze di un sottufficiale anziano con funzione di Maresciallo Guardabatteria, che aveva il suo alloggio-appartamentino personale, adiacente a quello normalmente chiuso del Comandante di Batteria che vi alloggiava periodicamente, e stabilmente soltanto in tempo di guerra assieme alla guarnigione al completo. Periodicamente i locali venivano occupati dalle reclute e coscritti di stanza alla caserma "Carlo Mezzacapo", allora di proprietà dell'Esercito, per svolgervi le periodiche sessioni ed esercitazioni al tiro e occasionalmente, nei rari casi di insufficienza di alloggi per i militari di leva, si sfruttavano gli stessi locali per il loro accasermamento. Quindi un organico ridotto, che veniva rapidamente implementato in caso di allarme in tempo di pace, ( ma con serventi sufficienti ad armare quattro dei sei pezzi in forza massima e tre in forza minima ) e stabilmente in tempo di guerra. Le "Norme da adottare in caso di attacco alla Piazza militare di Taranto", edito nell' agosto 1911 erano molto chiare: esse prevedevano l'invio del personale necessario ad armare le Batterie costiere poste a difesa della città per via ordinaria o addirittura per mezzo di imbarcazioni che dovevano essere già disponibili sotto il Castello Aragonese ( Castel Sant'Angelo), e sempre nelle stesse norme vi erano le istruzioni per la somministrazione dei viveri , sufficienti per cinque giornate, comprendenti carne in conserva e gallette. In termini di "popolarità", la Batteria "Saint Bon" non dovette essere stata una Batteria molto "amata" dalla popolazione che viveva nelle sue immediate vicinanze, costituita per lo più da contadini e mezzadri che risiedevano presso le numerose masserie della zona. Soventi erano al termine delle esercitazioni di tiro, svolte anche insieme alla vicina Batteria "San Vito", i danni cagionati per effetto dello spostamento d'aria prodotto dallo sparo delle bocche da fuoco, come vetri di finestre andati in frantumi e addirittura crepe sui muri. A tal proposito basti citare che dopo le esercitazioni di tiro svoltesi alla "Saint Bon" in data 13-8-1914, un Senatore del Regno, tal Barone D'Ayala Valva, che possedeva una grande tenuta nelle vicinanze, dovette addirittura abbandonare lo stabile dove abitava, per le numerose crepe prodottesi nei muri, mentre, alla masseria "Tramontone", venne giù un tetto, e alla masseria "Scarfoglio", che era sita in una posizione più "disgraziata", ci furono tutti i vetri delle finestre frantumati. Ma, fortunatamente per loro, la Batteria "Amm.Saint Bon" non svolse per molto tempo la sua funzione e operò come tale sino alla fine degli anni '20, quando ormai ritenuta superata ed obsoleta, fu rapidamente soppiantata dalle Batterie costiere più moderne, meglio protette e più potenti e non ultimo, maggiormente mimetizzate, anche dalla vista dall'alto , perché intanto aveva fatto la sua comparsa, anche come mezzo di offesa bellica, l'aereo, che moltiplicava la capacità di poter attraversare le linee nemiche e arrecare maggiori danni e distruzioni; quindi le nuove artiglierie da Batteria erano poste in pozzo, con depositi e ricoveri in caverna, mimetizzati con terreno inerbito artificialmente, quindi non più solamente occultati dal mare, dove anche le artiglierie navali diventavano più potenti e micidiali. Il Secondo conflitto mondiale , segnò comunque il definitivo tramonto delle maestose strutture, nate nei secoli come fortezze inespugnabili e ridotte a bersagli facili da individuare e vulnerabili. Le Batterie dell'ultima guerra erano assai diverse da quelle progettate verso la fine dell'800; erano assai più spartane ed essenziali, non maestose, quasi delle postazioni campali con piccoli edifici e semplici casotti telegoniometrici annessi. La Batteria "Amm.Saint Bon" divenne quindi come quasi tutte le altre della sua epoca un semplice deposito materiali e munizioni, e come tale rimase anche durante l'ultima guerra, e i calibri principali vennero smontati e rimossi, le chiavarde di fondazione che tenevano ancorati i paiuoli di legno tranciate, i magazzini destinati a custodire le munizioni, riempiti di materiale di casermaggio e altro. Durante l'ultima guerra furono anche costruiti dei trinceroni, meglio chiamati ricoveri antiaerei o antischegge. Al Complesso e alla Struttura, i cui locali ormai ospitavano effetti di casermaggio, casse di munizioni, ( e per l'occasione vennero costruite altre tettoie supplementari ) negli anni del dopoguerra venne rifatto l'impianto elettrico e parafulmini, e servì anche da poligono di tiro; poi essa venne gradualmente abbandonata e sguarnita negli anni '70, anche se nell'alloggio del guardabatteria vi rimase a guardia un custode sino a che non se ne andò agli inizi degli anni '80. Nel 1990 passò amministrativamente dall'Esercito al Demanio militare della Marina. Il lento declino di queste strutture, non più manutenute ed esposte alle intemperie, accelerò ulteriormente. Ormai, non c'era più regolarità nel provvedere a tutte quelle piccole manutenzioni che erano necessarie al mantenimento in efficienza all'integrità delle strutture, come tetti e pavimentazioni. Nel tempo, le ruspe del Genio della Marina hanno provveduto soltanto a pulire la sterpaglia e ad alzare muri di terra per sbarrare i possibili accessi stradali alla Batteria. Qualche volta hanno demolito strutture ritenute pericolanti, come l'altana sopraelevata posta a sorveglianza della polveriera costruita nel '26, e come le garitte di fronte agli alloggiamenti e alla baracca adibita a cucina. Ma il declino è continuato inesorabile anche a causa del popolamento di un vicino quartiere di periferia, che ha aumentato la possibilità di quest'area una volta davvero desolata, di essere oggetto di visite da parte di curiosi, talvolta armati non di buone intenzioni. Oggi, ciò che resta di un intonaco o di un muro, qualche frase celata, qualche pavimentazione, le camerate vuote che tanto hanno vegliato il sonno di tanti soldati, ci celano il bel tempo che fu, e ci parlano di un passato, di un posto curato e tenuto bene, di posti di lavaggio e lucidature, di manutenzioni, di fatiche, forse di duro servizio svolto in un ambiente malarico e allora abbastanza isolato, di sacrifici. Rimangono quei silenti muri, testimoni di una vita che qui si è svolta per un certo lasso di tempo, l'odore di umido, di chiuso e di macchia mediterranea che si respira, i soffusi e ripetitivi tranquilli rumori di imposte mosse pigramente e appena dal vento, il verso delle gazze ladre che quasi cantano l'abbandono di quei locali bui, tutti a parlare da soli; gli spazi oramai deserti, il silenzio quasi irreale, stona rispetto al fracasso al quale siamo ormai abituati e rapisce ancora e dà al luogo ancora quell'alone di mistero che ci fa chiedere che fine ha fatto chi prima di noi era là. Tante storie e tanti fatti pubblici e privati e piccole situazioni quotidiane perse nella monotonia ripetitiva del tempo e persi oramai nell'oblio, si sono consumati su quel bellissimo ed incontaminato promontorio, dove il Complesso, fra l'altro ( per fortuna vincolato paesaggisticamente ) è stato posto in vendita dall'Amministrazione del Demanio Militare ed è in via di cessione a Privati. E le infinite giornate, che nascono e che muoiono, rinnovandosi, maledettamente uguali fra loro, se non interrotte dalla sorpresa di qualche inattesa visita, col silenzio rotto da rumori lontani di vita odierna che irrompono velati, quasi con "gentilezza" nel piazzale e non sembrano scalfire l'integrità di queste mura; il rombo ora dolce ora forte del mare vicino, il crepuscolo, la notte che prende il sopravvento, la natura che ritorna in possesso del luogo e ritorna padrona, e la Batteria al buio che pare minacciosa e fa paura, con quella gobba scura del terrapieno che si staglia nel nulla come il dorso di un mostro, con le ombre che si distendono e i graffiti disegnati sui muri che sembrano mostri minacciosi. E allora, tutti gli spazi, tutta l'area, torna terra di nessuno, come un posto di frontiera, da Deserto dei Tartari di Buzzati, così vicino e così lontano dalla civiltà e dal tempo che avanza. E ti sembra, lì solo al buio, che il tutto sia inevitabilmente ritornato a di chi un tempo questo posto fu, un luogo popolato da fantasmi del tempo che tornano ad aleggiare in mezzo ai corridoi, alitando rumori e rimbombi, come se non se ne volessero andare più. Un museo? Un progetto di recupero con un Parco ad uso della cittadinanza, sarebbe l'ideale… .Chissà quanto ancora questi posti reggeranno se la volontà degli uomini lo vorrà, e ciò dipende solo dalla sensibilità di tutti. Basterebbero come altrove, Amministrazioni locali sensibili e forse, mani generose di semplici cittadini, orgogliosi della loro Storia, perché come per il Castello Aragonese, anche questa Struttura rappresenta un pezzo della nostra. Ai più, una volta varcato quel semicrollato corpo di guardia, ove una volta c'era un bellissimo e pregevole cancello in ferro battuto, con una targa a terra portante l'incisione "1910", sembrerà di rivivere con un flash, le immagini di un lontano periodo, quello della guerra Italo-Turca, quando le nostre mire espansionistiche erano guardate con sospetto dai Francesi, Inglesi e non secondi i Tedeschi. L'Italia era allora una giovane e intraprendente ( e un po' velleitaria ) nazione e occorreva proteggere almeno i punti sensibili delle nostre coste per impedire i tanto temuti colpi di mano da coloro che si professavano apertamente nostri amici, ma che poi in privato non sopportavano che questo Stato di secondo rango, giudicato quasi come uno Stato canaglia, facesse così tanti progressi e reclamasse anche lui il tanto sospirato "posto al sole". La "Amm.Saint Bon" è proprio di quel periodo, frutto e "figlia" di quel tempo, e mentre i capomastri lavoravano i lastroni di marmo e semplici garzoni tinteggiavano le sue fresche mura di colore rosa pallido, per le polverose strade in città spesso si udiva canticchiare frequentemente il ritornello " Tripoli….bel suol d'amor…..". E questa bellissima e rara Batteria, ci parla, attraverso la sua originale architettura militare mista di antico e moderno, di un modo di difendersi che oggi ci pare veramente arcano e superato. Ma allora, in un'epoca ancora recente ma lontana, di quando ancora si navigava "a vista" e a vela e a carbone, queste costruzioni rappresentavano un temibile deterrente per chi volesse azzardarsi ad attaccare una potente Piazzaforte Militare marittima, qual'era Taranto. Un posto che oggi, si vorrebbe rimanesse così com'è, ma forse, non vi è tempo per fantasticare e ci si accorge che il tempo stringe. Perché sta di fatto che ancora quei muri, protetti per legge al pari dei Beni archeologici antichi, continuano a crollare, e le strutture vengono depredate dei loro marmi e dei materiali ferrosi e ciò intristisce e dà una sensazione di opprimente impotenza. Oramai la gloriosa Batteria è lì abbandonata, e giace così, silenziosa e arcana sentinella del tempo che sembra non passare mai, che sembra bloccato ma che inesorabilmente passa e accorcia la sua vita.